L’Italia è in vendita: così gli altri Paesi (Cina in primis) si stanno spartendo il made in Italy

Un Pil in profondo rosso, che ha fatto registrare un drammatico -10,4%. Migliaia di aziende bloccate dalle restrizioni imposte dal governo e che rischiano di non riaprire mai più.


E la concreta possibilità di ritrovarsi, una volta lasciata alle spalle l’emergenza Covid-19, da seconda manifettura d’Europa a semplice outlet nel quale gli altri Paesi vengono a fare spesa, a piacimento. Mentre Renzi e Conte continuano a litigare, il quadro per l’Italia si fa sempre meno roseo. Con addirittura Mario Draghi, totem europeo da molti indicato come salvatore, costretto ad ammettere: “La situazione è peggiore di quello che sembra, soprattutto per le piccole e medie imprese”.

E mentre un esecutivo sempre più paralizzato fatica ormai anche soltanto a ipotizzare delle risposte alla crisi, le grandi svendite del nostro patrimonio sono già iniziate. Tutti vogliono il made in Italy, il nostro tesoro più prezioso. Ma nel mirino degli altri Stati sono finiti anche il nostro settore turistico, ormai in ginocchio a causa delle chiusure forzate, e le infrastrutture. Secondo un’indagine svolta da Panorama, è soprattutto la Cina ad aver teso la mano verso lo Stivale: “405 nostre imprese sono già finite nelle mani di Pechino, quelle partecipate sono 760, per un giro di affari che si avvicina ai 30 miliardi per circa 55 mila occupati”.

I nomi dei “mandarini” scesi a fare spesa in Italia lievitano di mese in mese. Come Ren Jianxin, capo della ChemChina, una delle aziende farmaceutiche più importanti al mondo. Ha acquistato le gomme Pirelli, poi si è spostato verso il settore agricolo, arrivando a possedere direttamente o tramite controllate 345 aziende dalla Pianura Padana alla Sicilia, per un totale di oltre 40 mila ettari. I cinesi della Xiniu Hengdeli hanno invece acquistato le penne stilografiche Omas, mentre Weichai ha inserito nel proprio portafoglio i lussuosi yacht Ferretti e Lunar Capital ha inglobato l’alta moda per bambini di Pinco Pallino.

Alla Cina fa gola anche il nostro settore tecnologico, come dimostrano le acquisizioni di Plati elettroforniture ed Esaote. Con il governo giallorosso che non ha esitato ad aprire le porte al Dragone, che ha rilevato via via quote in Enel, Terna, Sam, Ansaldo Energia. Se non siamo già una succursale di Pechino, poco ci manca. Le minacce, però, non arrivano solo da Oriente. Il gruppo francese Adrian ha recentemente comprato immobili di pregio tra Roma e Milano, venduti da Monte dei Paschi. Il gruppo immobiliare israeliano Webuyhotel173 ha a sua volta annunciato pubblicamente di voler approfittare della crisi per fare affari nel nostro Paese. Stiamo per diventare, insomma, l’outlet del mondo. Ma al governo questo non sembra interessare.

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